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  (Dal Diario di Valentino)

 

I DUE ORFANI…

 

 

 

Le sconfitte del Progetto Alice. I dubbi. Una storia amara di menzogne e disonestà .

A volte mi trovo a pensare :” Sto davvero facendo la cosa giusta? E se l'ipotesi su cui si regge tutta la ricerca del Progetto Alice si rivelasse errata? Funziona veramente la metodologia del Progetto in vista di un cambiamento in positivo degli studenti?”

Tutte queste domande sono sorte recentemente nella mia mente, come una valanga, a fronte di una brutta storia che vede coinvolti due anziani residenti della scuola: Ram e Gopal.

Furono portati a Sarnath, sei anni fa, da un Nepalese, che si definiva “tutore” dei due bambini.

“Sono due fratellini orfani, - spiegò.- Li trovai che piangevano sulla strada mentre accompagnavo un gruppo di turisti. La loro storia mi commosse e commosse i turisti che decisero di sponsorizzarli, adottandoli a distanza. Potete aiutarmi ad educarli?”

Come potevano dire di no? La storia era da libro Cuore e toccava le corde giuste dei sentimenti. Cosi, Luigina ed io decidemmo di accogliere i due fratellini nella nostra comunità di residenti. Il tutore promise un contributo mensile che avrebbe coperto, in parte, le spese vive del mantenimento dei due ragazzi.

Cercammo di fare del nostro meglio per offrire ai due orfani non solo una buona educazione e istruzione scolastica, ma anche affetto e protezione, per rendere la lontananza dal loro villaggio meno traumatica.

Il tutore versò il contributo per alcuni, poi finse di dimenticarsi. Se ne dimenticherà per cinque anni! Tutto il peso dell'educazione dei due ragazzi cadde sulle spalle della nostra Società . Trovammo degli amici in Italia che promisero di aiutarci a sostenere parte delle spese, che non sono indifferenti, anche se ci troviamo in India!

I.Q. superiore alla media

I due ragazzi superarono di gran lunga il loro coetanei indiani nelle prove relative all'intelligenza: superiori alla media , disse il nostro psicologo clinico. E lo dimostravano! Non permettevano a nessuno di invadere il loro spazio. Difendevano la loro identità con decisione, esigendo rispetto. In particolare, Gopal, il più giovane dei due, si imponeva sui compagni facendo ricorso, spesso, alla violenza fisica e verbale. Usava un linguaggio volgare che nessuno degli studenti indiani aveva mai sentito prima. “Tratti antisociali” direbbe lo psicologo. Ram si era assunto il ruolo di protettore del fratello e si trovava spesso nei guai a causa del comportamento violento di quest'ultimo.

Il comportamento di Gopal era difficile da accettare e giustificare nel contesto del Progetto Alice, che si pone, tra i suoi obiettivi primari quello di creare un'atmosfera di serenità e non violenza all'interno del college. Ma c'era anche un'altra ragione: nel cognome del ragazzo c'era un titolo religioso: Lama. Quando chiedemmo al tutore il significato di quell'attributo, ci venne spiegato che il ragazzo era davvero una reincarnazione di un grande Lama.

Allora non cogliemmo la contraddizione di questa spiegazione con il racconto relativo al ritrovamento degli orfani sulla strada, durante un viaggio turistico.

Certo, pensai, si tratta di uno strano Lama, che sembra aver dimenticato – in questa nuova vita - i valori della compassione e della generosità. 

Migliorerà a 25 anni!

Chiedemmo anche a Gose Lama, il presidente della nostra Società, di “fare un controllo” circa l'identità del ragazzo e la prognosi per il futuro.

“Migliorerà all'età di 25 anni!” disse Lama. Campa cavallo!

Ram, il fratello, sembrava più serio, socievole, meno problematico e più accomodante. Riusciva a guadagnare molto presto la fiducia dei turisti che visitavano la scuola. Il fatto che fosse orfano suscitava una particolare onda di simpatia nei turisti. Il ragazzo riusciva a … cavalcare quell'onda con assoluta destrezza, stabilendo rapporti di amicizia che venivano poi coltivati via e-mail o lettera.

“Cara mamma… Caro papà …” scriveva .

Passarono gli anni. I due orfani diventarono adolescenti. Più crescevano, più si notava la differenza tra i due. Non avevano quasi nulla in comune, sia da un punto di vista caratteriale che fisico.

Gopal, due anni fa, si ammalò. Manifestò i segni di una grave forma di epilessia che si manifestava con crisi che duravano decine di minuti. Contattammo, tramite Joy, la responsabile del Progetto Alice di Padova, dei medici italiani che, dopo aver studiato le radiografie e le analisi fatte dai medici indiani, consigliarono un intervento chirurgico presso una clinica universitaria di Padova. Nel frattempo, lo specialista indiano prescrisse una rigorosa terapia che comprendeva un trattamento farmacologico, ma anche precise restrizioni relative alla vita di ogni giorno (non andare in bicicletta, evitare l'uso di scale, etc.). Ma il ragazzo si dimostrò poco rispettoso anche di queste regole destinate a prevenire rischi mortali.

L'incidente

Un giorno, fummo chiamati d'urgenza dai nostri vicini. Gopal era caduto dalla bicicletta, in una strada fortunatamente poco frequentata, a causa di una nuova crisi. Si riprese, come al solito, dopo un lungo periodo di tempo.

Ci rendemmo conto che non eravamo più in grado di controllarlo e che stavamo rischiando il peggio. Decidemmo, perciò, di restituire il ragazzo al tutore.

Per capire la nostra decisione, bisogna inquadrarla nel contesto socio-culturale dell'ambiente in cui operiamo. Tanto per dare un'idea: se un pedone attraversa la strada sbadatamente, senza controllare il traffico, e viene investito da un' auto, immediatamente la gente del posto attacca fisicamente il povero autista, riducendolo, a volte, in fin di vita. I linciaggi, in India, sono all'ordine del giorno. Spesso il mezzo viene dato alle fiamme oppure gravemente danneggiato dalla folla irata. Inutile spiegare che l'autista non ha colpa. La vittima della strada, secondo la gente, ha sempre ragione. Per questo, in caso di incidente, l'autista cerca di accelerare e di fuggire senza fermarsi a prestare soccorso alla vittima. Male che vada, lascia il mezzo in mezzo alla strada e se la dà a gambe, rifugiandosi presso un posto di polizia o in qualche altro luogo sicuro.

Tutto questo per far capire che cosa potrebbe succedere nel caso un nostro studente fosse vittima di un incidente all'interno della scuola: in pochi minuti si riunisce una folla di persone inferocite che non ragionano, ma vogliono solo distruggere, ferire, vendicarsi.

La folla distrugge il muiro della scuola

L'anno scorso una simile folla distrusse, in dieci minuti, un muro che avevamo costruito di fronte alle aule, per proteggere i fiori e le piante dalla voracità delle capre e delle muche in libertà . Secondo i paesani, il muro ostacolava il loro passaggio lungo una stradina situata di fronte alla scuola. Di qui, la reazione violenta: l'auto-giustizia immediata. C'è, però un particolare di questa storia che era “sfuggito” all'istintività selvaggia della folla: la stradina che la gente del villaggio usava ( e usa) è di proprietà della scuola! Particolare insignificante per la folla. C'è la credenza che la folla sia invincibile e non possa essere punita e che, quindi, possa fare qualunque cosa, commettere qualunque crimine, come, appunto, la demolizione o il linciaggio. Spesso questa credenza è corroborata dai fatti: quando un crimine è commesso da 200 persone, come può la polizia arrestarle tutte? Anche se la legge seguisse il suo corso, chi si prenderebbe cura delle famiglie di queste persone, dato che, quasi sempre, le persone coinvolte sono padri oppure madri di numerosi figli?

Il miracolo dello Spirito dell'Antennato

Gopal, dunque, venne allontanato dalla scuola e il suo tutore lo mandò in Nepal.

Tornò, dopo alcuni mesi, pieno di energia e salute.

”Sono guarito” disse.”Ora possono tornare nel college della scuola!”

Ci spiegò che uno zio lama aveva organizzato una speciale cerimonia per scoprire la cura della malattia.

“Che cosa fece esattamente?” chiesi.

“Chiamò lo spirito del mio antenato che consigliò il da farsi”

“Che cosa disse di fare?”

“Disse che il motivo della mia malattia era da cercarsi nelle liti dei miei parenti. Cessate di litigare e il ragazzo starà meglio!”

Gopal disse anche che chiese allo spirito dell'antennato se avesse dovuto continuare la terapia consigliata dai medici.

“Fai come credi, ma non è necessario!” rispose la spirito.

Cosi, il ragazzo smise di prendere le medicine e, misteriosamente, anche le crisi epilettiche cessarono!

 

I dubbi

Questo episodio, oltre a confermare la mia fede nel paranormale, confermò, purtroppo, anche i miei sospetti circa la vera identità di Gopal e del fratello.

Dal suo stesso racconto, risultava chiaro che non era orfano, che aveva dei parenti e la sua famiglia non era “low caste”, come le chiamavano una volta, ma apparteneva ad alti prelati buddisti. I poveri del Nepal non possono permettersi il lusso di chiamare lo spirito degli antenati e interrogarlo sulle vicende familiari!

In più, con la crescita, i due fratelli avevano assunto sembianze completamente diverse. Non c'era una minima somiglianza tra i due, anzi erano diversi in tutto e lontani psicologicamente. Più diventavano fisicamente adulti, più diventavano estranei l'uno all'altro.

In breve, non erano affatto fratelli. Questa prima scoperta fu uno shock per me e Luigina, perchè avevamo preso particolarmente a cuore la loro vicenda, al punto che avevamo pensato di adottarli come NGO. E lo facemmo, facendo figurare i ragazzi come residenti in un villaggio vicino, in modo da permettere loro, in futuro, di acquisire la cittadinanza Indiana. Un giorno, d' accordo con Luigina, decidemmo di scoprire, fialmente, la verità . Volevamo dare ai ragazzi un'ultima chance anche per liberarsi del terribile peso di una recitazione continua, di una penosa farsa che li rendeva insinceri, privandoli della gioia di parlare della loro famiglia, di presentarci i loro genitori, i loro fratelli…

Convocammo Ram, nel marzo dello scorso anno.

L'incontro

“Ho l'impressione – disse Luigina, parlando francamente e a cuore aperto – che tu sia, in realtà , il fratello del tuo tutore e che Gopal non c'entri nulla con te. Entrambi avete i genitori e fratelli. È cosi?”

Il ragazzo ammise la verità su Gopal, ma chiese tempo per rispondere alle domande riguardanti se stesso. Gli demmo tempo. Sapevamo che avrebbe consultato il fratello-tutore.

Il giorno dopo, offri la sua verità : “È vero. Il tutore è mio fratello, ma ci sono problemi con i miei genitori…”

Ci lasciò intendere che fosse un figlio illegittimo e disse anche che per questo i suoi compagni di classe, in Nepal, lo prendevano in giro.

Quando ricordò questo particolare, scoppiò in una crisi di pianto che rasentava l'isteria.

Luigina cercò di consolarlo, ma il suo intuito femminile non la rassicurò.

“Spero con tutto il cuore che ci abbia raccontato la verità !” disse, alla fine del colloquio.

Il tutore …. filantropo

A questo punto, dobbiamo dire qualcosa circa il famoso tutore filantropo, dal cuore buono, che raccoglie i bambini orfani dalla strada… cioè il fratello di Ram.

Si presenta come un medico famoso, che dopo aver lavorato per qualche tempo presso l'Università di Benares, decise di dedicarsi a tempo pieno alle opere di carità per i poveri, gli ammalati e gli orfani. Con questo slogan, riusci a raccogliere fondi per centinaia di migliaia di euro, presso ingenui turisti occidentali (tra cui alcuni italiani). I soldi avrebbero dovuto essere impiegati per la costruzione di un ospedale nel suo villaggio, in Nepal.

In realtà , gran parte dei soldi sono finiti per la costruzione di una villa lussuosa, proprio a Sarnath. Una casa con aria condizionata e ogni possible confort, stile divo di Hollywood. Li sono finiti anche i soldi degli sponsors dei due “orfani”.

E li Gopal, la presunta reincarnazione di un grande Maestro buddhista, mandava gli ospiti della nostra scuola, di nascosto:

“Qui, alla scuola, le stanze sono costose. Andate da mio fratello dove troverete prezzi migliori e una migliore sistemazione!” diceva ai turisti che visitavano la scuola.

L'espulsione

Questa fu la goccia fatale che ci portò a decidere l'espulsione dei due ragazzi, nella convinzione che avevamo perso la battaglia per la loro educazione e recupero.

Dopo anni di menzogne, avevano strutturato una personalità ambigua e conflittuale.

Siamo tuttora convinti che ci siano ancora molti valori oltre la maschera, oltre la cortina di menzogne che hanno oscurato e soffocato la spontaneità della loro infanzia. Ma quei valori raramente hanno potuto esprimersi pienamente e dubitiamo che questo possa avvenire in futuro, visto che non hanno mai dimostrato pentimento o vergogna per il “tradimento” nei confronti della scuola e di tutti quelli che gli sono stati vicini in questi anni. Per questo, abbiamo gettato la spugna, allontandoli dopo tanti anni di … adozione! La prima cosa che hanno fatto, dopo essere stati espulsi, è stata la ricerca di una costosa scuola di elite, nei pressi di Sarnath. Il loro “tutore” li ha iscritti li, tra i figli della ricca borghesia locale. È stato l'ultimo schiaffo al Progetto Alice. La conclusione di una bruttissima storia che sembra l'emblema dell'immoralità di una nuova generazione di disonesti arrampicatori sociali, esperti nell'arte dell'inganno e dello sfruttamento della buona fede e ingenuità degli occidentali. Non si tratta di eccezioni, purtroppo. Nei luoghi frequentati dal turismo, queste storie sono molto comuni. Ed è, purtroppo, comune anche l'uso dei bambini nel gioco perverso.

Per quanto mi riguarda, la vicenda, come ho scritto all'inizio di questo diario, ha stimolato mille domande sulla validità del nostro lavoro e intervento educativo. È una sconfitta che brucia.

Conclusione

Prima di concludere, vorrei dare espressione ad un ricordo che emerge – non so perchè - dalla memoria, alla fine di queste note.

Otto anni fa, mi trovavo in un piccolo paese della provincia di Venezia, Moniego, dove i giovani dell'Azione Cattolica avevano organizzato una conferenza sul Progetto Alice. Spiegai i principi e la filosofia del Progetto, dicendo che l' affermazione relativa alla falsità delle nostre percezioni (che mediano una mondo che non esiste!) poteva essere interpretata come una sfida alla pedagogia contemporanea e alle sue certezze. “Gli insegnanti presentano ai loro studenti un mondo che non c'è!” dissi. “Una educazione integrata deve portare alla progressiva demolizione delle certezze in favore del socratico dubbio creativo: So di non sapere. Gli studenti non diventeranno più confusi se non avranno più le certezze della conoscenza tradizionale e convenzionale. Al contrario, acquisteranno la sicurezza e la serenità dei Saggi!”

Al termine del mio intervento, un giovane chiese:

“Supponiamo che la sua ipotesi educativa non venga confermata dai risultati della sperimentazione in atto, in India, che cosa succederà ai suoi studenti?”

La domanda sottendeva un serio interrogativo: “Come riparare i danni provocati negli studenti da un'errata ipotesi di ricerca? Mi rendevo conto dei rischi che avrebbero corso gli studenti del Progetto Alice a fronte di una educazione senza certezze, senza punti fermi di riferimento circa ciò che è reale ed esiste oggettivamente?”

Risposi :

“Perchè non rivolgi la stessa domanda agli insegnanti della tua scuola? È vero, se l'ipotesi del Progetto Alice è errata, rischiamo di danneggiare 5/600 studenti. Supponi, però, che la nostra intuizione sia corretta, quanti studenti vengono danneggiati dalle altre scuole?”

Ripeto, non so perchè sia sorto questo ricordo al termine della brutta vicenda dei due finti fratelli-orfani.

Ho deciso di rendere pubblica la storia per far conoscere ai nostri amici anche le difficoltà e le ombre del nostro lavoro, al di là dei trionfalismi che, di solito, accompagnano le ricerche nel settore dell'educazione. Le sperimentazioni, appunto perchè tali, sono fatte di successi e insuccessi, prove ed errori.

Questa è la cronaca onesta di un insuccesso…

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