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                                        22 Aprile 2006

 

                                        Addio Vikram!

 

 

Avevo tentato di scrivere questa pagina del diario subito dopo aver ricevuto la terribile notizia, ma non ci sono riuscito. Provo ora, a distanza di tre giorni dalla tragedia.

Avevamo appena finito di cenare con un medico volontario italiano, che lavora presso una NGO che si occupa di handicappati fisici, quando Papu, il mio segretario, che è anche giornalista, mi diede una notizia sconvolgente: “Virom, un nostro studente degli slums, ha perso la vita in un incidente”.
”Che tipo di incidente?” chiedo, angosciato.

“Pare stesse giocando con una corda...” risponde vagamente Papu.

La corda... Non occorre molta fantasia per immaginare il significato di quelle parole.

“Vikram?” esclama Luigina shoccata. “Quale classe?”

“Classe quarta!” rispondono i bambini.

Luigina aveva insegnato proprio quel giorno nella classe di Vikram. Cercò di ricordare il viso di quel bambino.

“Aiutatemi a ricordare!” chiede ai bambini.
”Aveva una faccia rotonda... Era il più bravo alle lezioni di yoga. Sempre tranquillo... Era molto povero. Suo padre morì dieci anni fa...”

Luigna non riusce a darsi pace. “Non mi viene in mente il suo volto!”

Poi si ricorda che aveva i disegni di tutta la classe.

“Mi ricordo il suo nome e il suo disegno. Aveva firmato il disegno solo con il suo nome... Vikram!” dice.

Va in ufficio e cerca il file con la collezione dei disegni...

“Eccolo!” dice.

Me lo fa vedere. Abbiamo lo stesso pensiero: cercare dei segni di allarme, che possano spiegarci la tragedia. Ecco il disegno.

 

 

 

 

 

 

Restiamo in silenzio di fronte a quel messaggio.
”Ne ho un altro!” dice Luigina, “ma non è completo!”

Ecco il disegno di Vikram incompleto e che non finirà mai.

 

 

C’è ancora da aggiungere il colore al cielo e alla terra. Ora abbiamo capito che i colori che lui vedeva non erano quelli che lui dipingeva. Il mondo che dipingeva era il mondo
”come avrebbe voluto che fosse”.

Qual era il mondo di Vikron, ragazzo degli slums di Sarnath, figlio di una vedova con tre figlie e quel’unico maschio?

A poco a poco Papu ci aiuta a scoprire la verità. Che cosa c’era dietro quell’ espressione da grande che attirava la simpatia e il rispetto dei compagni di classe e la fiducia dell’insegnante.

Il ragazzo viveva in una situazione familiare difficilissima. Aveva assistito, tre anni fa, ad un fatto traumatico che forse segnò per sempre la sua psiche: lo stupro di una sorella, da parte di un poliziotto. Il caso era finito sui giornali e ne era nato uno scandalo. Il poliziotto era stato sospeso e tutto finì con un “compromesso”. I poveri non hanno molte opzioni quando sono vittime di violenza. Devono tacere. E tirare avanti, fingendo di dimenticare. Forse Vikram non è riuscito a dimenticare. Forse riusciva a dimenticare quando si trovava a scuola, con i suoi compagni. Per questo nessun insegnante segnalò il ragazzo come “caso difficile”. Anche se lo avessero segnalato, la scuola non avrebbe potuto fare molto, a parte un’esame psicologico da parte dello psicologo che lavora per la scuola. A volte lo psicologo scrive a conclusione della sua diagnosi: “Il soggetto ha bisogno di counseling”. Oppure, “Consiglio psicoterapia”. In Occidente abbondano gli psicologi e le strutture pubbliche sono dotate di servizi di consulenza e prevenzione per gli studenti in difficoltà. Qui, nella città in cui vivo, non esiste un solo professionista serio e qualificato per un intervento di counseling tanto meno di psicoterapia.  Dunque, ci dobbiamo arrangiare, anche se non è di nostra competenza trattare depressioni, psicosi, disturbi della personalità o dell’apprendimento.

Non sempre riusciamo a “fare miracoli”. vikramci è sfuggito dalle mani? 

Abbiamo cercato onestamente di verificare il nostro lavoro a scuola, per vedere se ci fossero state delle lacune, delle carenze, non per aumentare i nostri sensi di colpa e il già grande dolore che tutti provavamo, ma per imparare qualcosa da questa tragedia e per prevenire, in futuro, che altri bambini imitino il “gioco” di Vikram.

“È accaduto qualcosa questa mattina, a scuola? È stato forse rimproverato dal maestro? Forse non aveva i soldi per pagare il fees mensile...”

Nulla di tutto questo.

E allora?  Come educatori, dobbiamo avere il coraggio di non scartare nessuna ipotesi per quanto  terribile e penosa.

 

Allora cerchiamo nell’internet la voce suicidi infantili in India.

“Ogni quindici minuti un minore si toglie la vita, in India. Il numero di suicidi è aumentato del 62 per cento in dieci anni. In testa, le donne (60 per cento). Il suicidio è diventato una delle cause più comuni di morte tra gli adolescenti.”

Il fenomeno è allarmante. Nei villaggi i suicidi vengono nascosti. La morte passa come accidentale per paura dell’intervento della polizia e delle chiacchiere della gente.

La morte di vikramha portato questa triste realtà dell’India anche dentro la nostra scuola. Ora dovremo prendere sul serio i ragazzi/zze che minacciano di uccidersi se verranno bocciati all’esame di Stato, oppure se incontrano qualche grave difficoltà...

Ad esempio, un giorno stavamo indagando per conoscere la dinamica di un fatto accaduto nella scuola. Interrogammo uno studente delle superiori.  “Se non mi credete – disse – sono pronto a saltare dento al pozzo che si trova davanti alla scuola!”.

Prendemmo quell’affermazione come una battuta esagerata di un adolescente un pò troppo emotivo. Ci sfuggì, invece, la profondità e il significato di quel messaggio: il suicidio come modalità di risolvere un problema.  È quanto fanno troppo spesso le moglie frustrate, quando vogliono punire il marito o la suocere per presunte ingiustizie subite: si danno fuoco. Sembra una modalità come un’altra per uscire da un problema. Nel passato, quando gli esami di Stato erano davvero molto severi e nessuno poteva copiare (come accade, invece, oggi), erano decine e decine gli studenti che ricorrevano al suicidio in caso di bocciatura.

 

È un problema nuovo per la nostra scuola. Lo affronteremo, assieme agli altri (che non erano pochi!).

Intanto, dobbiamo far fronte al lutto della classe dove studiava Vikram. Come informare il maestro, i compagni il giorno dopo?

Il giorno dopo, durante l’assemblea del mattino, Luigina avvicina l’insegnante per chiedergli se fosse a conoscenza dell’incidente del suo alunno.

L’insegnante sbianca in volto incredulo.

Ma il compito più difficle sarà affrontare la classe che non sa ancora nulla.

Il maestro approfitta del periodo di meditazione per chiedere ai bambini di dedicare l’esercizio del Tong.Len (rasformazione dell’energia) ad un compagno che “non c’è più”. I bambini non aprono gli occhi, ma si capisce che vogliono sapere qualcosa di più.

“Dedichiamo la nostra energia a vikramaffinchè possa salire molto in alto, ed essere felice!”

Il maestro non regge alla tensione. Scoppia a piangere. L’intera classe cade in depressione e nel giro di pochi secondi tutti hanno le lacrime agli occhi. I compagni di banco di vikramsono tra i più disperati e piangono senza controllo.

Il preside mi informa di quanto sta succedendo. Mi precipito con Luigina  nella classe per aiutare i bambini ad elaborare il lutto.  Non dimenticherò facilmente la scena di venti bambini seduti immobili sul banco che piangono e si lamentano. L’insegnante era andato a rifugiarsi sul retro dell’aula ed era completamente crollato.

Lasciamo spazio al dolore per qualche tempo, poi suggeriamo ai bambini di scrivere quello che pensano e sentono.

I bambini tirano fuori i quaderni e le matite e cominciano a scrivere senza smettere di piangere. Scrivono e piangono. Grosse lacrime cadono sui quaderni, mescolandosi all’inchiostro. Finiscono di scrivere, ma non finiscono di piangere. Luigina tenta di sbloccare quel tremendo vortice di energia negativa, ma i bambini non la seguono. Mi viene alla mente l’insegnante di yoga, un giovane dinamico, stimato dai ragazzi, sempre ottimista. Lo mando a chiamare. Come entra e vede i bambini nella disperazione, ha un attimo di esitazione. “Stavo per mettermi a piangere anch’io!” confesserà più tardi.

Poi si riprende subito e con voce sicura dice: “Come on boys, everything is fine now. Facciamo la meditazione dell’antar mouna: chiudiamo le orecchie con l’indice e cantiamo la lettera OM”.

I bambini lo seguono. La lettera Om è come un lamento, un pianto ad alta voce, ma la sua vibrazione è positiva.  Le lacrime continuano a scendere dagli occhi di tutti, ma la tensione diminuisce sensibilmente. Il vortice di energia depressiva è stato interrotto. Alla fine, tutti insieme pregano, sempre con gli occhi chiusi. Poi aprono gli occhi e riprendono il contatto con la relatà toccandosi le mani.

L’insegnante propone di continuare la lezione all’aperto, dopo essersi rinfrescati il viso alla fontana. I bambini accettano. Escono dalla classe. Molti non hanno più le lacrime.

Dopo  l’intervallo, torno in classe con Luigina, che era andata per salutare i bambini (era il giorno della sua partenza!). L’atmosfera è completamente cambiata. Chiedo a Luigina di fare un ultimo favore alla scuola: registrare la canzone della pace, in inglese. “Non me la sento di cantare oggi!”, dice Luigina. La capisco. Ma le chiedo di fare un ultimo sforzo. Capisce e, nonostante lo stress, riesce a cantare nel silenzio generale della classe.

I bambini seguono, muovendo le labbra.

Ecco le canzoni scritte appositamente per il Progetto Alice.

  SONG
Where is the Kingdom of God?
O
h my Lord, tell me why
You created this world of suffering
Oh my Lord, tell me why
You created this world of suffering
Oh my Lord, tell me why!

Oh my child, my dear child
That is not / not my world:
A world of suffering
A world of suffering.
That is not/ not my world!

Oh my Lord, tell me why
You created light and dark,
Good and bad, life and death,
Life and death!/ Life and death.
Oh my Lord, tell me why!

Oh my child, my dear child,
That is not/ not my world:
A world of life and death,
Life and death./ Life and death.
That is not/ not my world.

Oh my Lord, tell me why
You created war and peace,
Day and night, rich and poor,
Rich and poor./ Rich and poor.
Oh my Lord, tell me why!

Oh my child, my dear child,
That is not/ not my world:
A world of rich and poor,
rich and poor,/ rich and poor.
That is not/ not my world.

Oh my Lord, my dear Lord,
Tell me now /what is your world.
I long to know /what is your world.
I long to know /what is your world.


Oh my child, my dear child,
My world is love, my world is love,
my world is Infinite love!
Infinite Love, Infinite love!
My world is /infinite Love!

Where is this world/ of love?
Where is this world /of love?
Tell me now./ I long to know:
Where can I find/ this world of love?

Oh my child, my dear child,
My world of love/ is in your heart,
In your heart,/ in your heart.
You can feel it/ in your heart.

Oh my Lord, my dear Lord,
Where is the world /of good and bad,
Rich and poor,/ peace and war?
Day and night, /life and death?

Oh my child, my dear child,
That world is /only in your mind.
Only in your mind, /In your mind.
That world is /only in your mind!

Oh my Lord, tell me how
Can I be free/ from good and bad,
Rich and poor,/ life and death
Life and death, /life and death!

Oh my child, my dear child,
Empty your mind,/ empty your mind
And fill it /with my Infinite love,
fill it /with my Infinite love.

3 Maggio 2006

 

 

 

 

 

L’addio della classe sulla riva del Gange

 

 

Sono trascorsi 13 giorni dalla morte tragica di Vikram. Secondo la tradizione indu, questo è il tempo massimo entro il quale l’Atman del defunto deve trovare una nuova reincarnazione. Secondo i Tibetani la Coscienza vaga per sette settimane prima di proiettare, come dire?, una nuova situazione esistenziale.

Gli indu limitano il tempo del lutto a circa due settimane. Al termine di questo periodo, organizzano una puja (cerimonia) religiosa per l’anima del morto, augurando pace e fortuna nel cammino verso la realizzazione finale (Moksa). La cerimonia si conclude con una festa (distribuzione di cibo) alla quale vengono invitati amici e conoscenti del morto.

  

Oggi è il giorno in cui la classe di vikram deve dire definitivamente addio al loro compagno. Non avendo partecipato alla cremazione del corpo, la presenza di vikramè ancora molto forte tra loro. Secondo noi, la classe deve (enacting – acting out) rifare il funerale e dire addio al loro amico.


Per questo, abbiamo organizzato un viaggio a Varanasi, proprio in questo giorno

.

 

 

Accompagnati da alcuni genitori e insegnanti di altre classi, i compagni di vikramsono stati portati al Gange, il fiume sacro a Shiva, per pregare per il loro amico scomparso. Il rito funebre viene officiato da un pandit, esperto in questo tipo di cerimonie. I bambini assistono in silenzio e con devozione, seduto sulla riva del sacro fiume che dovrà portare l’anima del loro compagno lontano dalla sofferenza di questo e dell’altro mondo.

  

Tutti hanno in tasca una lettera di addio. L’hanno scritta con le lagrime agli occhi, nei giorni scorsi. Oggi nessuno piange. Sanno che non è di buon auspicio. Luigina aveva spiegato: “ Va bene esprimere il dolore per un pò. Poi bisogna pensare che le nostre lacrime tirano giù l’anima dei nostri cari che, invece, vorrebbe salire in alto, verso la Luce e Pace eterna”

Il pandit continua il suo lungo rito funebre, invocando tutte le divinità del Cielo, pregandole di assistere il piccolo vikram nel suo lungo viaggio nell’aldilà.

 

Lascia ogni pensiero di questa terra. Taglia ogni legame con questo mondo illusorio. Noi non ti tratteniamo più. Noi siamo felici che tu vada incontro alla Luce che è anche la nostra Luce. Ora puoi realizzare la tua ultima essenza, che è anche la nostra. Ma noi siamo ancora schiavi dell’ignoranza. Tu ora sei libero!”

 

Il Progetto Alice spiega che ogni creatura condivide la Natura divina. Noi siamo come raggi di luce dello stesso Sole. Non c’è, quindi, reale distinzione tra io e tu. I compagni di vikramsanno che ora il loro compagno vive dentro di loro, oltre la confusione della mente razionale, nella pace della coscienza trans-egoica (oltre l’ego), ed è lì che  lo possono incontrare, quando vogliono. Ma per “sentirlo” devono fare silenzio. Il silenzio delle emozioni e dei pensieri, appunto.

 

Qualche giorno fa consacrammo una statua della Divnità Ganesh. Gli studenti, durante la lunga cerimonia, recitarono molti mantra. Uno, in particolare, mi colpì:

Aum shrim hrim klim glaum gam ganapataye

Vara varada sarva janamme vashamanaya svaha

 

“Shower your blessings, O Lord. I offer my ego as an oblation.”

“Manda una pioggia di benedizioni, O Signore. Ti dò il mio ego come offerta!”

 

Consacrazione della statua di Ganesh.

 

Offrire l’ego come dono supremo! È incredibile la profondità di questa preghiera! È questo che vogliamo dire quando parliamo di silenzio: oltre l’ego c’è il silenzio del desiderio, delle emozioni, della mente che pensa, giudica, valuta, critica, analizza... In quel silenzio è possibile incontrare lo Spirito di Vikram, come parte di noi.

 

 

La puja è finita. È il momento del commiato. I bambini tirano fuori le loro letterine e le affidano alle acque del Gange.

“Addio Vikram. Dovunque tu sia, ti auguro felicità e pace!”

 

“Oggi tutta la classe è qui riunita, sulla riva del Gange, ma tu, Vikram non ci sei. Io sono molto triste, ma so che tu sarai felice. Siamo venuti a pregare per te. Buon viaggio!”

 

“Non so dove tu sia e se tu riuscirai a leggere questo messaggio, ma sappi che tu resterai per sempre nel mio cuore. Sii felice. Io pregherò per te!”

 

“Amico, quando ci hai lasciati tutti abbiamo sofferto molto e pianto. Ora siamo venuti per salutarti per l’ultima volta. Ora non piangiamo più perchè vogliamo che tu sia felice. Prega anche tu per noi. Addio!”

 

“Possa il tuo Atman avere una rinascita felice. Non sei morto per me, ma vivi dentro di me!” 

Il fiume porta via i messaggi e le ultime lacrime dei bambini.

Ora la classe non ha più un posto vuoto. Vikram vive di nuovo. Nella profondità del nostro cuore, oltre il dolore e la morte. 

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